JRR Tolkien - il Silmarillion

 

  • E tu, Melkor, t’avvederai che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più remota fonte in me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio strumento nell’immaginare cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare

  • Ho cari gli alberi. Lenti nella crescita, saranno ratti nella caduta. E, a meno che non paghino uno scotto di frutti sui rami, poco ne sarà rimpianta la morte.

  • Noi non voltiamo le spalle a nessuna amicizia. Ma è proprio di un amico biasimare la follia di un amico.

  • Il loro Giuramento li impellerà, e tuttavia li tradirà, per sempre privandoli di quei tesori che hanno giurato di perseguire. A una mala fine volgeranno tutte le cose che essi ben cominciano; e questo accadrà per il tradimento dell'una stirpe verso l'altra, e per la paura di tradimento.

  • Abbiamo giurato, e non con leggerezza. Noi manterremo questo giuramento. Ci si minacciano molti mali, e non da ultimo il tradimento; una cosa, però, non vien detta: che soffriremo per codardia, per via di codardi o per paura di codardi. Pertanto io dico che proseguiremo, e questa previsione aggiungo: le imprese che compiremo saranno materia di canto fino agli ultimi giorni di Arda.

  • Quelli che mi son lasciato alle spalle, non li considero una perdita: inutile fardello lungo la strada, tale si son dimostrato. Che chi ha maledetto il mio nome, continui a maledirmi, e gemendo se ne ritornino alle gabbie dei Valar! Brucino le navi!

  • Così accadeva in Gondolin; e tra tutte le bellezze di quel regno, finché la sua gloria durò, un buio seme di male mise radici.

  • Acuto tanto da trapassare il cuore era il suo canto, simile a quello dell’allodola che si leva dalle porte della notte e riversa la propria voce tra le stelle morenti, scorgendo il sole dietro le mura del mondo; e il canto di Lùthien sciolse i vincoli dell’inverno, e le acque gelate mormorarono e fiori spuntarono dalla fredda terra là dove si erano posati i suoi piedi.

  • Rimase, ultimo superstite, Hùrin, il quale allora gettò lo scudo, brandendo un’ascia a due mani; e si canta che l’arma fumasse del sangue nero dei troll della guardia di Gothmog, finché questa tutta si dissolse, e ogniqualvolta menava un colpo Hùrin gridava: "Aure entuluval II giorno ritornarà!". Settanta volte lanciò quel grido. Alla fine però lo presero vivo per ordine di Morgoth

  • Addio, due volte amato! A Tùrin Turambar turun ambartanen: dominatore della sorte dominato dalla sorte! Felice tu che sei morto!

  • Coloro che dei Nove Anelli si servirono, in vita loro divennero potenti: re, stregoni, guerrieri come ve n’erano un tempo. Si conquistarono gloria e grandi ricchezze, che però si volsero a loro danno. Avevano, a quanto sembrava, vita imperitura, pure la vita divenne loro intollerabile. [...] Erano essi i Nazgùl, i Fantasmi dell’Anello, i più temibili servi dell’Avversario; tenebra li accompagnava, ed essi urlavano con la voce della morte.